making a sense (out of it)

simply, this is forever and more. la mia famiglia, la mia vita; ciò su cui baso progetti ed intenzioni; coloro ai quali tengo e tendo la mano anche senza muovermi o senza parlare, da vicino e da lontano. quello a cui penso nella gioia e nella disperazione, quello che mi aiuta sempre a salvare me stessa, nei sogni o nei guai. quella che ho imparato essere una, unita e saldata, anche nei luoghi e nei tempi divisi. una sola inossidabile indivisibile vita, quando si è liberi e coscienti e certi, di viverne e lasciarne vivere tre separate. ‘fanculo il resto, ragazzi, io ho questo.

simply, this makes sense. ❤️

love is the answer

mai come ora sono certa, perché lo vivo per una volta ancora – nella mia ormai non più giovane vita, ancorché sempre così fremente ed assetata di verità, sogni, magie e solida consistenza – che la sola risposta possibile sia l’amore. poi, altrettanto bene mi è cristallinamente chiaro, che c’è chi la risposta semplicemente non la sa, e non perché non ha capito la domanda, ma proprio solo e semplicemente perché, la risposta non ce l’ha. ecco.

la vita, é anche il 25 maggio perenne

la vita è quello che è. un viaggio in cui la vera bellezza sta nel viaggio stesso, o nelle tappe intermedie, più che nella partenza o nell’arrivo. anche io, viaggiatrice, sono quella che sono, così come lo siamo in molti: non scafata q.b. per affrontare il tragitto con occhi sempre onestamente spalancati sul presente e sulle meraviglie di quello che è, che è stato e che sarà. senza dimenticare l’intelligenza q.b. ( non necessariamente un dono) di vedere le fotografie nella loro intierezza, scegliendo sempre di conservarne esclusivamente la parte più poeticamente a fuoco. al nostro fuoco, intendo. senza dimenticare nemmeno di avere un cuore aperto e palpitante parecchio di più di q.b., e avere imparato – ormai – che può fare malissimo oltre che benissimo, ma questo sì, che sarà sempre un dono. ecco: tutto questo per dire, sfrugugliando in quel cuore di cui dicevo sopra, che per me oggi sarà sempre e solo il compleanno di mio papà. non a caso gemelli. non so se è mai successo davvero, ma nella vita io ho tanto voluto che ci fosse un momento in cui saperlo davvero orgoglioso di me. di certo, l’ho amato per il mio meglio. for my very best. auguri a noi, mi rimane questo vizio che condivido con lui: io non dimentico, mai.

dice John Lennon che everything will be ok, in the end, anche perché if it’s not ok, it’s not the end.

about le uova sode smarrite, ché la casa nasconde, non ruba. e comunque ‘Sant’Antonio della barba bianca fammi trovare quello che mi manca’, da Siviglia con furore, funziona sempre un po’. le ho trovate nel cestino delle uova in attesa di destino, quelle nuove, per intenderci. ho immaginato avessero visto la casa de papel, la prima stagione, quella dove i rapinatori, per uscire dalla zecca di stato, si vestono come gli ostaggi (ovvero vice versa, nel caso della serie) per andarsene indisturbati dal luogo del crimine, confusi con gli innocenti. le ho trovate nel corso di una crostata alle fragole – la parte della frolla dove mi servivano cinque rossi, come mi indicava Iginio – durante la quale sono state costrette a svelarsi. non ho voluto indagare oltre, attribuire responsabilità, un po’ assaporando l’abbandono. in fondo il pensiero delle loro magiche e rocambolesche avventure, mi ha accompagnata per qualche giorno. e perdere un pensiero, stupido che sia, é sempre un po’ lasciare, inevitabilmente, spazio a quello nuovo. dolceamaro, non come la crostata, che é venuta invece benissimo.
(come nota a corredo dei diversi commenti sulla vicenda, ‘Sant’Antonio dalla barba nera, fammi trovare quello che prima non c’era’ ci sta da Dio: il perché lo so poi io, rima non voluta.)

tutta chiacchiere e d’istintivo

così, più per me che per chi legge, riflessioni di stamattina, direi in ordine molto, molto sparso …

  • obiettivo, in tutte le accezioni, va con una B sola, a parte quando si tratti dell’obbiettivo della macchina fotografica o della telecamera;
  • apposto, con due P e tutt’attaccato, é il participio passato del verbo apporre: tutto a posto, si scrive staccato e con una P sola;
  • affianco, più o meno la stessa cosa di cui sopra: scritto così é il presente indicativo del verbo affiancare, mentre se sto a fianco di qualcuno, ci sto staccato e con una F sola;
  • sono preoccupata per diverse cose che sto rimandando proprio perché ne sono preoccupata, e questo mio procrastinare mi preoccupa;
  • é il giorno delle pulizie a fondo, o forse potrei scrivere ‘é il giorno delle pulizie, affondo’ e in questo caso avrei comunque un senso compiuto;
  • geniale, é un aggettivo interessante che sta benone applicato a Marie Curie o a Leonardo Da Vinci, per fare un esempio banale: difficilmente può essere definito tale chi fa una battuta sagace su un social network ( altro esempio banale);
  • avere cura dei propri affetti é una delle più elevate forme di umanità che si possa coltivare;
  • la vera parità di genere é quando a una donna stronza, puoi dare liberamente della stronza anche se è una donna, così come si fa tranquillamente per un uomo;
  • ho perso due uova sode: sul serio, non le trovo più da due giorni e sto cominciando a preoccuparmene;
  • fatichissima, oggi, a non commentare interventi politici passati ieri sera in televisione, ma tengo duro e rimango sulla mia posizione;
  • sono le otto e mezza e ho già cancellato due persone dai contatti di facebook ( persone che conosco nella realtà, ma che qui mi fanno innervosire per quel che scrivono che é tutto meno che edificante, per stare dalla parte degli eufemismi);
  • io, delle peonie, non ne ho mai abbastanza: mi danno gioia, mi aprono sorrisi dolci e un po’ sornioni;
  • la primavera – persino questa, ostica e stranita – rimane per me un momento magico di cui godere con ogni mia fibra;
  • farò l’ennesimo colore casalingo, oggi, ho appena deciso;
  • potete tranquillamente non commentare, se avete parole sgradevoli da dedicare a questo mio scombinato post: passare oltre quando non si ha niente di gentile o interessante da dire, dovrebbe diventare una nuova buona abitudine, per chi già non ce l’abbia parte del proprio hardware.

wake me up when september ends … e comunque before you go-go.

settembre è uno di quei tardo giovani di oggi, gli dai quarant’anni ben portati quando ne ha quarantasette e sai che fra un paio di mesi andrà per i settanta, ben portati anche quelli, ma un po’ più stanchi. meno energici. ancora ribaldo eh, ci mancherebbe, ancora un po’ cretino, fanfarone e capace di follie, ma la sua pelle abbronzata ed i suoi occhi schiariti dal sole adesso lui lo sa, che nascondono un segreto. settembre è il bambino da otto mesi nella pancia della sua mamma, il dito sul campanello quando è già appoggiato ma non ha ancora schiacciato un suono irreparabile e definitivo, il martedì di una settimana che ieri sembrava eterna e domani sembrerà in procinto di terminare sul suo sabato, come i tre botti finali di uno spettacolo di fuochi di artificio. settembre è sia l’inizio sia la fine, solo entrambi abilmente truccati da non definitivi.

settembre è sergioendrigo e io che amo solo te, un sorriso che potrebbe virare verso una lacrima o viceversa, la malinconia quando fa sorridere e la voglia di innamorarti quando sai che innamorato non lo sei, ma potresti esserlo – o esserlo stato – e forse lo sarai. settembre é il desiderio di perdersi, ritrovandosi negli occhi di qualcuno che non sia lo specchio.

settembre è la sensazione che tutto quello che è stato possa essere cambiato, forse, o tutto quello che hai pensato di poter fare e non l’avevi fatto, beh, adesso sì, che potresti e puoi. settembre sarà mica quello che pensiamo possa sembrare la speranza?

settembre sono i capelli della bambina che toccano la cartella, ci ballano sopra a sfioro perché lei saltella, più che camminare verso ciò che non conosce.  settembre sono le foglie che non muoiono più come un tempo, ma sono ancora più variamente colorate di quelle delle cartoline appese nelle classi; sono le coppie meno probabili che si tengono per mano, quelle che inevitabilmente comprendono un segreto, piccolo o grande che sia. settembre é la possibilità, che un po’ devi mollare qualcosina, per averla.

settembre è il giorno dopo il tuo compleanno anche se compi gli anni in giugno, é il sette gennaio di un anno nuovo su cui non conti poi granché, ma che rimane comunque un anno tutto da scrivere ancora, per cui c’ha dentro, endemica, la speranza. quando ti guardi negli occhi dopo una prima gragnuola di baci, quell’attimo prima di sorridere e poi parlare, quello è settembre.

settembre è un sanluca di sera, quando davvero sta facendo buio alle otto e gran parte dei pensieri che camminano veloci insieme alle tue gambe scattanti sono ancora accaldati, mentre qualcuno di loro ha già le maniche lunghe per giocare di anticipo. settembre è la corsa in motorino che sembra finire – che va a sfinire – così giri più parossistica la manopola del gas, sperando di arrivare a consumarla tutta, la maledetta benedetta benzina nel serbatoio!

settembre è uno che è tornato quando lo sapevi, che sarebbe tornato, per cui l’assenza non hai fatto in tempo a godertela come si deve, né hai maturato di concedergli la massima onorificenza possibile, quella del rimpianto.

e poi, settembre arriva che prima c’avevi dell’altro da fare, piuttosto che pensare a lui che tornava, figuriamoci aspettarlo.

la casa de papel, e di come mi si è rinnovata la dipendenza da serie televisive

ebbene sì, mi è tornata. mi chiamo kate, e sono seriedipendente. rigorosamente in lingua originale coi sottotitoli in originale per le lingue che conosco, o in italiano per quelle di cui invece non ho sufficiente padronanza. lo sono fin da will & grace, che rubacchiavo in streaming – e che lo streaming mi hanno fatto scoprire – in epoca recondita. ma forse a ben pensarci già lo ero da ragazzina, quando addirittura registravo su cassetta le puntate di happy days, col vecchio fonzie che non riusciva a pronunciare la parola scusa, per riascoltarmele senza immagini in settimana, in attesa della puntata nuova. sono cresciuta, crescendo i due figli quasi adolescenti, con beverly hills 90210; mi sono confrontata ed interrogata sulle relazioni amorose su sex and the city nei miei fortysomething; ho ritrovato in copia carbone il mio rapporto con lafra in quello altrettanto meraviglioso delle gilmore girls; ho dipanato la mia relazione col colonnello vivendola oltreoceano sulle battute dei soprano’s, che hanno arricchito le mie già importanti conoscenze di parolacce in inglese; a loro ho iniziato l’ arido quinquennale – col quale ne ho condiviso alcune pietre miliari – per poi lasciarlo con una dipendenza tutta sua. ma più che mai ci ho riempito personali piacevolissime solitarietà – che sono molto diverse dalle solitudini, di cui graziaddìo non sono mai stata vittima – insieme ad una pletora di amici paraimmaginari – e di titoli che sono troppi per citarli tutti – che non mi lasceranno mai più. mi piacciono quelle che finiscono; mi piace tuffarmi nel loro mondo sempre meno inventato facendo binge watching di tutte le stagioni in una volta: maratone da cui emergo portando con me pezzi nuovi di me stessa che prima non avevo. ho vissuto esperienze che non avrei avuto mai nella realtà reale; parlato gerghi che non avrei incontrato mai da sola; mi son calata in storie paradossali che mi sarebbero costate la prigione o la reputazione, se mi avessero avvinta nella vita vera. ho avuto anche momenti di distacco, che capisco ora essere stati mancanti di quel piacevole, lieve e salvifico rintanarsi in mondi inventati, che rende più sopportabile e colorata la realtà del momento. ho persino creduto, lately, di averne perso il gusto. poi ho preso la residenza a downton abbey per una lunga e penosa degenza, lo scorso inverno, ed una volta uscitane ho cercato di rallegrarmi con the unbreakable kimmy schmidt, mi sono regalata lievita che non avevo in una modern family; ho mandato il cervello in vacanza con sheldon cooper ed il suo gruppo di svitati in the big bang theory, ho rivissuto incredibili, dolorose ed imperscrutabili drammatiche realtà reali, ricalcando episodi di law & order ed anche di oj. ho imparato a non temere di farmi passare sopra il gelo del tempo con frankie & grace; ho conosciuto intimamente la futura sposa d’inghilterra vestendo insieme a lei i suoi suit; ho simpatizzato con la grande elisabetta seconda, portando insieme a lei il privilegio e l’enorme fardello della sua crown; ho condiviso crimini e perdizioni con un selezionato gruppo di amici a gomorra. ma non mi ero più innamorata totalmente di un mondo parallelo fino a che non ho aperto le porte della casa de papel, il cui idioma prima ostico ora mi risuona chiaro e modulato nel cervello. ci sto passando gli ultimi due giorni, in questa casa di carta, e ritrovo un po’ di me in ognuno dei balordi della cricca del professore. talmente innamorata che ne temo il prossimo distacco. ma con una consapevolezza nuova: quella che la mia ultima addiction, mi aggiunge sfumature e non mi ha tolto anzi mi regalato, tempo. e soprattutto che – per dirla come avrebbe fatto nairobi – empieza el matriarcado, ed inesorabilmente, fieramente, io con lui. se mi cercate mi trovate lì, per ora, o in altri mondi simili, che di certo scoprirò a breve. ma mai in luoghi comuni, perché nel fantastico mondo delle serie televisive, di questi, non vi è mai traccia.

 

i sanluchi & altri dis-astri – la prima di stagione.

è la prima di stagione.

di una stagione che tarda ad arrivare, eppure, si sa, arriverà. è di una sera stanca; è di quando avrei tutte le scuse per non farlo, e invece. è più coperta del solito, ché fuori l’inverno vuole essere ricordato prepotente.

inizia pesante, incappucciata, e le gambe ridono in modo quasi osceno i cent’anni che hanno in due. e invece. porta sotto ai tre strati di pile, il profumo di quellopiccolo dal cui corpo miracoloso mi sono staccata da poco e che – come sempre da quando c’è e lo posso toccare – già mi manca.

ho un coma lucido emozionale. ma non triste, non disperato, non elettrico, non dissennato. mi pesa seppur lieve la giornata, ma molto di più tutta la vita di adesso che al suo termine mi ha portata, direi. è solo un pilota automatico che non richiede pensiero compiuto e razionale. è un bene, un bene che non mi ricordavo di volermi.

i motivi perché è così non ci sono, cosa che è ancora meglica del contrario, che se hai dei problemi almeno li esamini, li prendi a mano, per non dire che – se sei un’altra e non me – magari li risolvi anche. i problemi di cui so, sono ormai il pavimento acclarato di quella che sono, così come le consapevolezze, così come le vittorie, ché le sconfitte me le sono ormai perdonate.

lo dice anche la vanoni – post sanremo –  che me lo canta a ripetizione dal telefono al cuore – via auricolari –  in loop. rifletto che se è questa, la maturità, nessuno me la aveva mai spiegata veramente bene, perché – lo dico piano, così non me lo sento dire – se è davvero questa, va a finire che mi piace anche.

spero sempre, come da sempre, nel sole, nel domani che è sempre più bello di oggi, nella bella stagione che stasera ha quasi ragione di essere sperata – ma di cui non v’è certezza, mai – in un paio di futuri sanluchi che mi riconcilieranno con me.

e come è per tutto, nella vita, si parte da zero verso uno: si parte da adesso.

i sanluchi sono una specie di rito pagano cui mi autodedico, o che mi autoconcedo, dipende dai momenti e da come mi sento portata verso me medesima, quindi se sono, o meno, autoindulgente. dicevo, sono delle robe che faccio, che rivesto di azione, principalmente.

sanluca si riferisce ovviamente alla basilica di, quella che sta in cima all’omonimo portico per, quello che dal meloncello porta a. i sanluchi sono, fattivamente, i giri avantindietro che io faccio, per l’appunto, a e da. a piedi, rigorosamently. da sola, ora un po’ meno rigosamently, devo ammettere, ma in solitarietà, il rito nasce.

cominciò tutto nell’epoca del cenero (anche per lui c’è un a.c. e un d.c., come per quell’altro più importante con la croce, ecco perché qui viene minuscolo: per un residuo di rispetto religioso!). nell’epoca di quasi fine cenero, credo il penultimo anno, non ricordo l’anno ma ricordo il giorno, anzi la sera, ché era il venticinque agosto, e me lo ricordo bene perché il giorno dopo era il compleanno del gieffe, ergo il ventisei, ed io ero tornata dal mare un po’ anche apposta. quella sera lì successe una cosa che risparmio il racconto, ma mi scosse molto moltissimo. anzi a ben pensarci fu la sera prima, la cosa scossante, perché la sera del venticinque feci il primo dei sanluchi, ed era il tramonto, per cui considerando la data in questione saran state, chessò, le sette di sera. più che scuotermi, mi tocca d’esser sincera, quella cosa che successe che non racconterò, mi fece proprio andar fuori di catena, tipo che mi pare di poter dire, adesso, che mi disperò soquantamente.

ma la disperazione, allora, era davvero diversa – seppur parossistica – da tutte quelle che son venute dopo: tocca ammettere che la disperazione, così come la gioia, non è più quella di un tempo. così come il futuro, per citare paul valery, che lo ha detto lui per primo, a suo tempo, solo che lui lo diceva in francese. disperazione, dicevo, quella di allora, da cui la strana reazione reattiva, il sanluca appunto: mai fatto prima, ma di certo ci devo aver pensato qualche volta.

mi vesto sommariamente da ginnica (erano gli albori, allora dell’interesse per il mio corpo in movimento); mi ficco una musica nelle orecchie, non ricordo quale, e me ne vado a diluire la mia disperazione a pedi su per il portico, partenza dal meloncello, con parcheggio di motorino al bar billy. su che andavo, per il mio primo dei sanluchi, dentro che mi sifulava, nelle orecchie, una musica toccanerviesposti – fuori che mi abbracciava e dentro nella pelle che mi entrava, un tramonto di luce che pareva qualcuno lo avesse commissionato – ho cominciato una serie di ragionamenti emotivi autopanteistici, ho sviluppato una sventagliata di emozioni siffattamente composite e definite, che quasi senza accorgermene, sono arrivata in cima zuppa di sudore ma più che altro di lacrime, e mi ci sono lasciata trascinare dentro, a quella sensazione lì, proprio mi ci sono arresa, tuffata senza le dita a chiudere il naso dei sentimenti.

quella sera lì esattamente, ma dicevo che risparmio i dettagli ed infatti lo faccio, capii cose e presi decisioni. ma soprattutto scoprii i sanluchi, che non ho più abbandonato e che mai e poi mai abbandonerò. non mi va di analizzare, di catalogare, di razionalizzare (dio che parola così poco sognante). so solo che li faccio e farli mi fa, delle volte star molto bene e delle altre volte stare malissimo, ma comunque e sempre mi fa star sincera, con me e con quel che sento.

negli anni ci sono state evolinvoluzioni, dei sanluchi: in compagnia, con l’amica cara; con le amiche per chiarire l’inchiaribile, a starnazzare parlando di maschi, a confidarsi e farsi confidare; a cercare tonicità e glutei dignitosi, ma trovando per certo e sempre e solo della complicità e della comunione. a volte qualche maschio mi ci ha seguita, tipo per esser dimostrativo, qualcuno incuriosito ha cercato e creduto di capire; con mia figlia che li ha ereditati credo per osmosi e che – anche lei – ora se ne bea facendo finta che sia ginnastica … e tutti questi sanluchi elencati ed altri ancora, son validi, per carità, ma i veri sanluchi son sempre miei con me da sola: la musica sempre più mirata a sifularmi nelle orecchie; la stagione dalla primavera in poi, il momento preferibilmente tramontistico e tramortistico.

ci posso solo sperare in quei sanluchi lì, come dicevo, perché conoscendoli a volte tendo a sottrarmici, od a sottrarmeli negandomeli. speriam speriamo, nella bella stagione che oggi pare che ce ne sia, e in un qualche sanluca di cui avrò bisogno: lo so solo dopo, che ne avevo bisogno, come è stato oggi, come sempre mi sa che sarà.

mi accorgo di aver scritto – scritto e pensato, ai sanluchi – molto nei mesi scorsi, ma anche che era da molto, che non me ne concedevo. lo so perché sento adesso che mi pesava la mente, oltre alle gambe ed al respiro. il periodo obnubila un po’ la scansione dei pensieri, ma forse di più quella delle azioni: ci sono altre cose che vengono prima di me, lately, una sfilza lunghissima che mi consuma l’energia, e l’autodisciplina del bravo soldatino – pur attualizzata, data l’epoca di vita corrente – non manca mai di automettermi in fondo alla lista dei to do.

obnubila è una parola bellissima, mi piace tanto e mi sa di odalische, chissà perché.

io non credevo, di voler diventare quella che sono. credo anche, anzi, che il mio problema sia sempre stato proprio lì. da grande sarò diversa, di fuori nel vivendo, da quella che da grande sono diventata, mi son sempre detta. da grande sarò identica a me, quella che di dentro in effetti sono, da grande che sono, mi son sempre raccontata. e invece. io di me, adoro le foto dove vengo con le facce strane: mi faccio una tenerezza infinita, beccata in momenti di davvero velocissimissima défaillance di espressione, almeno di faccia: finisce che guardandole, con un retrogusto di autovergogna affettuosa, mi voglio più bene! défaillance sì, ma solo di faccia, eh. le foto invece che mi colgono poco piacevole e caduca in maniera fisica, le odio a morte e le cancello e le strappo e le annullo.

gemellitudine? ho fatto la pace anche con quella. mi urgeva un sanluca: ora che l’ho fatto ho tutto il di dentro che ancora se la suona e se la canta, non so se davvero con le note e le parole percepite anche da altri, o solo come eco interna mentre guido verso casa, il finestrino incautamente abbassato, starnutendo al primo profumo di primavera, ché il mio naso sente sempre prima della mia anima. songiàlà, anzi c’ero, perché songiàqua, tornata e docciata. e la doccia, da sempre e per sempre, dopo i sanluchi, mi smuove sensazioni da urlare stando zitta, e dita da far correre a perdifiato sulla tastiera. di cui state leggendo, qui, il risultato.