la casa de papel, e di come mi si è rinnovata la dipendenza da serie televisive

ebbene sì, mi è tornata. mi chiamo kate, e sono seriedipendente. rigorosamente in lingua originale coi sottotitoli in originale per le lingue che conosco, o in italiano per quelle di cui invece non ho sufficiente padronanza. lo sono fin da will & grace, che rubacchiavo in streaming – e che lo streaming mi hanno fatto scoprire – in epoca recondita. ma forse a ben pensarci già lo ero da ragazzina, quando addirittura registravo su cassetta le puntate di happy days, col vecchio fonzie che non riusciva a pronunciare la parola scusa, per riascoltarmele senza immagini in settimana, in attesa della puntata nuova. sono cresciuta, crescendo i due figli quasi adolescenti, con beverly hills 90210; mi sono confrontata ed interrogata sulle relazioni amorose su sex and the city nei miei fortysomething; ho ritrovato in copia carbone il mio rapporto con lafra in quello altrettanto meraviglioso delle gilmore girls; ho dipanato la mia relazione col colonnello vivendola oltreoceano sulle battute dei soprano’s, che hanno arricchito le mie già importanti conoscenze di parolacce in inglese; a loro ho iniziato l’ arido quinquennale – col quale ne ho condiviso alcune pietre miliari – per poi lasciarlo con una dipendenza tutta sua. ma più che mai ci ho riempito personali piacevolissime solitarietà – che sono molto diverse dalle solitudini, di cui graziaddìo non sono mai stata vittima – insieme ad una pletora di amici paraimmaginari – e di titoli che sono troppi per citarli tutti – che non mi lasceranno mai più. mi piacciono quelle che finiscono; mi piace tuffarmi nel loro mondo sempre meno inventato facendo binge watching di tutte le stagioni in una volta: maratone da cui emergo portando con me pezzi nuovi di me stessa che prima non avevo. ho vissuto esperienze che non avrei avuto mai nella realtà reale; parlato gerghi che non avrei incontrato mai da sola; mi son calata in storie paradossali che mi sarebbero costate la prigione o la reputazione, se mi avessero avvinta nella vita vera. ho avuto anche momenti di distacco, che capisco ora essere stati mancanti di quel piacevole, lieve e salvifico rintanarsi in mondi inventati, che rende più sopportabile e colorata la realtà del momento. ho persino creduto, lately, di averne perso il gusto. poi ho preso la residenza a downton abbey per una lunga e penosa degenza, lo scorso inverno, ed una volta uscitane ho cercato di rallegrarmi con the unbreakable kimmy schmidt, mi sono regalata lievita che non avevo in una modern family; ho mandato il cervello in vacanza con sheldon cooper ed il suo gruppo di svitati in the big bang theory, ho rivissuto incredibili, dolorose ed imperscrutabili drammatiche realtà reali, ricalcando episodi di law & order ed anche di oj. ho imparato a non temere di farmi passare sopra il gelo del tempo con frankie & grace; ho conosciuto intimamente la futura sposa d’inghilterra vestendo insieme a lei i suoi suit; ho simpatizzato con la grande elisabetta seconda, portando insieme a lei il privilegio e l’enorme fardello della sua crown; ho condiviso crimini e perdizioni con un selezionato gruppo di amici a gomorra. ma non mi ero più innamorata totalmente di un mondo parallelo fino a che non ho aperto le porte della casa de papel, il cui idioma prima ostico ora mi risuona chiaro e modulato nel cervello. ci sto passando gli ultimi due giorni, in questa casa di carta, e ritrovo un po’ di me in ognuno dei balordi della cricca del professore. talmente innamorata che ne temo il prossimo distacco. ma con una consapevolezza nuova: quella che la mia ultima addiction, mi aggiunge sfumature e non mi ha tolto anzi mi regalato, tempo. e soprattutto che – per dirla come avrebbe fatto nairobi – empieza el matriarcado, ed inesorabilmente, fieramente, io con lui. se mi cercate mi trovate lì, per ora, o in altri mondi simili, che di certo scoprirò a breve. ma mai in luoghi comuni, perché nel fantastico mondo delle serie televisive, di questi, non vi è mai traccia.

i sanluchi & altri dis-astri – la prima di stagione.

è la prima di stagione.

di una stagione che tarda ad arrivare, eppure, si sa, arriverà. è di una sera stanca; è di quando avrei tutte le scuse per non farlo, e invece. è più coperta del solito, ché fuori l’inverno vuole essere ricordato prepotente.

inizia pesante, incappucciata, e le gambe ridono in modo quasi osceno i cent’anni che hanno in due. e invece. porta sotto ai tre strati di pile, il profumo di quellopiccolo dal cui corpo miracoloso mi sono staccata da poco e che – come sempre da quando c’è e lo posso toccare – già mi manca.

ho un coma lucido emozionale. ma non triste, non disperato, non elettrico, non dissennato. mi pesa seppur lieve la giornata, ma molto di più tutta la vita di adesso che al suo termine mi ha portata, direi. è solo un pilota automatico che non richiede pensiero compiuto e razionale. è un bene, un bene che non mi ricordavo di volermi.

i motivi perché è così non ci sono, cosa che è ancora meglica del contrario, che se hai dei problemi almeno li esamini, li prendi a mano, per non dire che – se sei un’altra e non me – magari li risolvi anche. i problemi di cui so, sono ormai il pavimento acclarato di quella che sono, così come le consapevolezze, così come le vittorie, ché le sconfitte me le sono ormai perdonate.

lo dice anche la vanoni – post sanremo –  che me lo canta a ripetizione dal telefono al cuore – via auricolari –  in loop. rifletto che se è questa, la maturità, nessuno me la aveva mai spiegata veramente bene, perché – lo dico piano, così non me lo sento dire – se è davvero questa, va a finire che mi piace anche.

spero sempre, come da sempre, nel sole, nel domani che è sempre più bello di oggi, nella bella stagione che stasera ha quasi ragione di essere sperata – ma di cui non v’è certezza, mai – in un paio di futuri sanluchi che mi riconcilieranno con me.

e come è per tutto, nella vita, si parte da zero verso uno: si parte da adesso.

i sanluchi sono una specie di rito pagano cui mi autodedico, o che mi autoconcedo, dipende dai momenti e da come mi sento portata verso me medesima, quindi se sono, o meno, autoindulgente. dicevo, sono delle robe che faccio, che rivesto di azione, principalmente.

sanluca si riferisce ovviamente alla basilica di, quella che sta in cima all’omonimo portico per, quello che dal meloncello porta a. i sanluchi sono, fattivamente, i giri avantindietro che io faccio, per l’appunto, a e da. a piedi, rigorosamently. da sola, ora un po’ meno rigosamently, devo ammettere, ma in solitarietà, il rito nasce.

cominciò tutto nell’epoca del cenero (anche per lui c’è un a.c. e un d.c., come per quell’altro più importante con la croce, ecco perché qui viene minuscolo: per un residuo di rispetto religioso!). nell’epoca di quasi fine cenero, credo il penultimo anno, non ricordo l’anno ma ricordo il giorno, anzi la sera, ché era il venticinque agosto, e me lo ricordo bene perché il giorno dopo era il compleanno del gieffe, ergo il ventisei, ed io ero tornata dal mare un po’ anche apposta. quella sera lì successe una cosa che risparmio il racconto, ma mi scosse molto moltissimo. anzi a ben pensarci fu la sera prima, la cosa scossante, perché la sera del venticinque feci il primo dei sanluchi, ed era il tramonto, per cui considerando la data in questione saran state, chessò, le sette di sera. più che scuotermi, mi tocca d’esser sincera, quella cosa che successe che non racconterò, mi fece proprio andar fuori di catena, tipo che mi pare di poter dire, adesso, che mi disperò soquantamente.

ma la disperazione, allora, era davvero diversa – seppur parossistica – da tutte quelle che son venute dopo: tocca ammettere che la disperazione, così come la gioia, non è più quella di un tempo. così come il futuro, per citare paul valery, che lo ha detto lui per primo, a suo tempo, solo che lui lo diceva in francese. disperazione, dicevo, quella di allora, da cui la strana reazione reattiva, il sanluca appunto: mai fatto prima, ma di certo ci devo aver pensato qualche volta.

mi vesto sommariamente da ginnica (erano gli albori, allora dell’interesse per il mio corpo in movimento); mi ficco una musica nelle orecchie, non ricordo quale, e me ne vado a diluire la mia disperazione a pedi su per il portico, partenza dal meloncello, con parcheggio di motorino al bar billy. su che andavo, per il mio primo dei sanluchi, dentro che mi sifulava, nelle orecchie, una musica toccanerviesposti – fuori che mi abbracciava e dentro nella pelle che mi entrava, un tramonto di luce che pareva qualcuno lo avesse commissionato – ho cominciato una serie di ragionamenti emotivi autopanteistici, ho sviluppato una sventagliata di emozioni siffattamente composite e definite, che quasi senza accorgermene, sono arrivata in cima zuppa di sudore ma più che altro di lacrime, e mi ci sono lasciata trascinare dentro, a quella sensazione lì, proprio mi ci sono arresa, tuffata senza le dita a chiudere il naso dei sentimenti.

quella sera lì esattamente, ma dicevo che risparmio i dettagli ed infatti lo faccio, capii cose e presi decisioni. ma soprattutto scoprii i sanluchi, che non ho più abbandonato e che mai e poi mai abbandonerò. non mi va di analizzare, di catalogare, di razionalizzare (dio che parola così poco sognante). so solo che li faccio e farli mi fa, delle volte star molto bene e delle altre volte stare malissimo, ma comunque e sempre mi fa star sincera, con me e con quel che sento.

negli anni ci sono state evolinvoluzioni, dei sanluchi: in compagnia, con l’amica cara; con le amiche per chiarire l’inchiaribile, a starnazzare parlando di maschi, a confidarsi e farsi confidare; a cercare tonicità e glutei dignitosi, ma trovando per certo e sempre e solo della complicità e della comunione. a volte qualche maschio mi ci ha seguita, tipo per esser dimostrativo, qualcuno incuriosito ha cercato e creduto di capire; con mia figlia che li ha ereditati credo per osmosi e che – anche lei – ora se ne bea facendo finta che sia ginnastica … e tutti questi sanluchi elencati ed altri ancora, son validi, per carità, ma i veri sanluchi son sempre miei con me da sola: la musica sempre più mirata a sifularmi nelle orecchie; la stagione dalla primavera in poi, il momento preferibilmente tramontistico e tramortistico.

ci posso solo sperare in quei sanluchi lì, come dicevo, perché conoscendoli a volte tendo a sottrarmici, od a sottrarmeli negandomeli. speriam speriamo, nella bella stagione che oggi pare che ce ne sia, e in un qualche sanluca di cui avrò bisogno: lo so solo dopo, che ne avevo bisogno, come è stato oggi, come sempre mi sa che sarà.

mi accorgo di aver scritto – scritto e pensato, ai sanluchi – molto nei mesi scorsi, ma anche che era da molto, che non me ne concedevo. lo so perché sento adesso che mi pesava la mente, oltre alle gambe ed al respiro. il periodo obnubila un po’ la scansione dei pensieri, ma forse di più quella delle azioni: ci sono altre cose che vengono prima di me, lately, una sfilza lunghissima che mi consuma l’energia, e l’autodisciplina del bravo soldatino – pur attualizzata, data l’epoca di vita corrente – non manca mai di automettermi in fondo alla lista dei to do.

obnubila è una parola bellissima, mi piace tanto e mi sa di odalische, chissà perché.

io non credevo, di voler diventare quella che sono. credo anche, anzi, che il mio problema sia sempre stato proprio lì. da grande sarò diversa, di fuori nel vivendo, da quella che da grande sono diventata, mi son sempre detta. da grande sarò identica a me, quella che di dentro in effetti sono, da grande che sono, mi son sempre raccontata. e invece. io di me, adoro le foto dove vengo con le facce strane: mi faccio una tenerezza infinita, beccata in momenti di davvero velocissimissima défaillance di espressione, almeno di faccia: finisce che guardandole, con un retrogusto di autovergogna affettuosa, mi voglio più bene! défaillance sì, ma solo di faccia, eh. le foto invece che mi colgono poco piacevole e caduca in maniera fisica, le odio a morte e le cancello e le strappo e le annullo.

gemellitudine? ho fatto la pace anche con quella. mi urgeva un sanluca: ora che l’ho fatto ho tutto il di dentro che ancora se la suona e se la canta, non so se davvero con le note e le parole percepite anche da altri, o solo come eco interna mentre guido verso casa, il finestrino incautamente abbassato, starnutendo al primo profumo di primavera, ché il mio naso sente sempre prima della mia anima. songiàlà, anzi c’ero, perché songiàqua, tornata e docciata. e la doccia, da sempre e per sempre, dopo i sanluchi, mi smuove sensazioni da urlare stando zitta, e dita da far correre a perdifiato sulla tastiera. di cui state leggendo, qui, il risultato.

 

un anno che passa; anno uno, anche questo appena passato

il Natale quando arriva

ho sempre grandi aspettative sulla natalizieria. io lo amo, il natale, con tutto il suo corollario di memoria raddolcita dalle lucette intermittenti – che a volte somigliano parecchio all’intermittenza di taluni miei affetti – con la serrata forzata della frenetica vita normale. lo amo perché stratifica gli anni sulla base del sentimento, della vicinanza, dell’importanza di certi umani nella vita di certi altri, a diversi livelli, un po’ come le categorie colorate delle carte american express. lo amo perché quello che spesso sento definire come il suo perduto vero senso intrinseco, è invece nella mia, di vita, proprio perduto per nient’affatto. lo amo perché, proprio per tutto quello che ho detto sopra – e per altro ancora che solo chi mi conosce davvero, sa veramente cosa sia – posso lasciare briglia sciolta al mio modo infantilmente pararidicolo per comunicare a chi voglio, perché sono grata di averlo nella mia vita, e la portata, spesso inaspettata, di questa mia gratitudine. questo include anche chi, nella mia vita, per motivi biologici e non, magari non c’è più – ma anche chi non c’era prima, magari stavolta proprio solo per motivi biologici –  bando al timore che, questo manifestando, il ridicolo appunto, la faccia pericolosamente da padrone.  va da sé che spesso e volentieri, proprio in quei giorni in cui spando intorno a me gioiosa, a volte melanconica ed immaginifica, sentimentale considerazione, sono per questo o quell’altro motivo, sempre un po’ delusa. ma mai doma o demotivata, tengo a dirlo. succede già da qualche anno, direi troppi, nel computo interno della mia soddisfazione sentimentale. non è successo invece, miracolosamente e con un rigurgito di speranzosa felicità, quest’anno in cui, anche un po’ per cercare di fare scudo a possibile piccola infelicità, me ne ero in qualche modo preparata. sia chiaro, il mio intento ed i mezzi che ho impiegato, erano sempre direi gli stessi per eccitazione ed anticipazione, per onesta manifestazione di me,  però crescendo come sono cresciuta, ho imparato a non aspettarmi il miracolo dell’impossibile. e invece. sì: invece! è come quando volevi innamorati, ma poi avevi imparato a non sperarci tanto, e proprio in quel momento in cui avevi il cuore spettinato e non depilato, vestito male e senza essersi lavato i denti, proprio mentre eri così tutta in dehabillée sentimentale, ti giri un attimo per soffiarti il naso col rumore, senza remore, e incontri gli occhi di un altro cuore elegante e raffinato, e l’amore arriva per restare. ecco, è proprio stato così, anzi, sta proprio essendo così, essendo la natalizieria per nulla terminata. in un concatenarsi paraimpossibile di eventi per nulla legati tra loro se non per il culminare sulla mia più profonda intimità, si sono succeduti giorni e notti di segni così importanti per me di affetti rinnovati e ritrovati, da lasciarmi quasi attonita sotto la loro ondata d’urto. una specie di enorme vorticosa ondata d’amore per tempo pervicacemente ed ottusamente aspersa, mi è tornata indietro, senza travolgermi bensì avvolgendomi nella sua potenza sentimentale. Dio c’è e ne ho le prove: sta nell’amore che dai per darlo, che continui a consegnare in mani che sembrano per lungo tempo chiuse e che ti ritrovi all’improvviso a carezzarti il viso. sarà saturno che si è scocciato astrologicamente di esserti avverso; sarà che chi semina dicono i saggi che prima o poi per certo raccoglierà; sarà perché what goes around va a finire che poi comes around; sarà questo o sarà quello, ma mai come in questo periodo, di questo periodo della mia vita, mi sento di avere e di avere avuto senza saperlo per lungo tempo, un Senso. la vita è bella, ed io con lei, bella come ora, non mi sono sentita mai. buon natale passato, a chi mie legge o leggerà; a chi mi sente o mi ha sentita; a chi sa e a chi ancora non ha capito, a chi non c’era e adesso c’è per poi restare: la vita è bella, ed io con lei, anche grazie a questi che tanto mi stanno restituendo, forse senza accorgersene, o forse senza sapere che avrebbero, con così poco, potuto farlo. vi dirò oltremodo, a natalizieria terminata – è solo il ventisette di dicembre, santiddìo! – di piccoli grandi aneddoti la cui magnificenza forse ai più continuerà a sfuggire: ma non a me, che già da ora, ce l’ho ben chiara tatuata su più parti della non più giovane anima.

piesse: non ci son stata per un po’, non perché non c’ero, ma piuttosto perché avevo smarrito la chiave di questa porta. forse anche questo è un segno, l’averla ritrovata dove mi sa che era sempre stata, senza quindi essere mai stata davvero perduta, ma solo miopiamente non vista.

keep it simple

keep it simple, lo dico a me e agli altri: keep it simple, che aiuta moltissimo alla ricerca della cosa e del modo migliore; ad affrontare la novità che elettrizza e fa paura, così come a mantenere lucidità nel continuare al meglio la propria battaglia corrente, che ce ne abbiamo tutti almeno una in atto, anche se magari non lo sappiamo.
e anche stringere i denti quando ce n’è bisogno.
keep it simple, come se fosse facile.
ma a ben pensarci, ne abbiam fatte delle peggio, per cui, a me e gli altri dico: keep it simple, è sempre e solo un eterno primo giorno di scuola.

ho pensato anche, in questi giorni frenetici:

che l’etimologia delle parole, illustra e spiega e motiva il motore della vita e del mondo;

che avere fratelli è uno stato di grazia sfumato di jattura, così come un incidente di percorso di cui non si ha responsabilità alcuna, intriso di fortunata, magica e perfetta meraviglia;

che basta condividere una camera da letto, una seduta comune di una platea, la audience di un qualche convegno ( any kind of) per scatenare quello che io definisco l’effetto compagni di banco, con annessa stupidera unlimited. non importa chi sei, quale il contesto e soprattutto non importa quanti anni hai;

che i mondi del lavoro, non importa quale sia il campo, alla fine sono tutti uguali, per meccanismo di funzionamento e geografia: basta fermarsi a studiarla un po’ prima, quella geografia lì specifica, e dopo si può mettere il pilota automatico, perché uno vale l’altro. regole e deregole;

che faccio sempre una fatica matta ad accettare i cambiamenti delle stagioni – intesi anche come stagioni della vita, mi sa – ma il miracolo si ripete sempre: tutto mi ri emoziona, tutto mi ri meraviglia, tutto mi ri rinnova. sono i momenti in cui penso che sia davvero bellissimo, essere me. appunto, come dicevo, sono momenti;

che la vita è una sòla, ed io anche. è sempre e solo questione di accenti;

che la bella stagione non è che sia proprio finita, ma manchino solo una decina di mesi alla prossima primavera: il tempo appena appena utile per rimettersi in forma. e la prossima, di primavera, me la farò durare di più, lo autoprometto;

una frase che mi è molto piaciuta e a cui trovo ogni giorno nuove sfumature di senso: a temporary band age on a permanent wound. l’ha scritta il mio amico alessandro paparelli, io gliene sono grata;

che la mamma è sempre la mamma, da qualsiasi parte della piramide tu la stia guardando;

lo so che vale anche da un minuto all’altro – e soprattutto da un giorno, all’altro, come diceva gloria gaynor – ma adesso io la stavo pensando a livello di anni: se penso a come era diversa la mia vita lo scorso anno, sia per addizioni che per sottrazioni, al netto di divisioni e senza le benedette moltiplicazioni, mi si disegna un bel ohhh di sorridente stupore. come dicevo, whatadiffrenceadaymakes, per riassumere;

che il correttore automatico – any device, anywhere all over the planet- molto semplicemente, ducks. jucks. sucks. ( però ci rende più simpaticamente umani).

 

valigie, tornaligie & staligie

la va ligia, per tacita convenzione di noi del Kondominio, è ordinata e un po’ del segno del toro, per intenderci, come il nostro Giove che da sempre e per sempre, lí resterà. questa invece sembra di più una valigia del ritorno, una torna ligia, appunto, di quelle troppo piene, incasinate, che ti chiedi come cavolo hai fatto a farci stare tutto prima – fin’ora – perché adesso invece non ci sta niente, o comunque niente di ordinato.
continua ad esserci il sole, non vorrei essere fraintesa, continua ad essere estate e soprattutto continua ad essere quel fottuto destabilizzante di agosto – altrimenti conosciuto come domenica pomeriggio, quella merdaccia – e nella va ligia ho provato persino a metterci Quellopiccolo, ma era un gioco e infatti l’ho lasciato dove stava, euppure mi avrebbe molto aiutato e di certo moltissimo mi aiuterà. nel resto del viaggio, intendo.
ma il punto non è questo, o comunque non credo.
so solo che qui si atterra, ma nella terra ci sono cose che non so più come fare a farci stare nella mia sta ligia. so anche che piangere in silenzio in aereo da sola non aiuta a socializzare – che comunque chissenefrega, io non ci voglio parlare, con gli altri, in aereo – che quando Pi passa per andare in bagno mi sorride, mi straccia una mano con la sua grande e grossa e va dritto perché lo sa. o almeno ne sa una, che condivide e gli va bene che io sgoccioli a raglio e senza dignità, però nascosta.
ho provato a mettere a posto, son qui che provo a tappare, falle a più non posso, ultimamente mi sembra di farlo di continuo, a riempire spazi che diversamente sarebbero inutili, a ripiegare capi in maniera diversa per vedere se razionalizzo, il vestito color aviazione di lana che mi piace tanto e infatti ce l’ho addosso, con le ali a pipistrello, che mi aiutano a fare più caldi gli abbracci.
dicono che anche questo sia pregare, io prego davvero che lo sia, lo faccio con questi abbracci che mi appesantiscono come piombo. lo faccio con questi definitivi tentativi di sorrisi per lenire baratri altrui – the ultimate smiles, li chiamerò di qui in poi. che forse sono i miei, veh, mica degli altri. e poi chi lo dice che anche questo sia pregare? sono io che me lo dico da sola, siamo onesti.
cavolo, lo faccio e basta, che la sta ligia io c’ho bisogno di trovarla almeno un po’ in ordine, almeno pronta da chiuderla per continuare il mio viaggio, appena torno. appena t’orno. intanto sono qui con LaFla, il che aiuta. sempre. con o senza i nostri mari, adesso con.
appena atterro. appena resto. appena appena. appena mi ricordo, che ne vale sempre sempre sempre – periodico – la pena.

il vero peccato, è perdere uno smarrimento

la differenza fra perdere e smarrire, a me la spiegò per bene bene Suorcristina e facevo le medie. mi piaceva Suorcristina, che piaceva a me e a molto poche altre, mi piacevano le parole, mi piaceva scrivere. perdere è definitivo e totalitario, quando hai perso non ritrovi, è un per sempre, tocca rinunciare. smarrire è non trovare per il momento, avere buoni presupposti di ritrovare, sapere di poterlo fare ma per il momento non ricordare dove o come. facile, regolamentato, esemplificativo: a questo in fondo si crede servano le parole, a chiarire. si crede, ho detto. perché poi nelle parole ci si infila dentro la vita – o è il contrario?! – il silenzio, tutti gli altri cinque sensi; l’ombra di quando vedi rosso e le parole vanno dove vogliono loro, a radere al suolo, o il blur fittissimo di quando vedi solo un paio di altri occhi, e loro, le parole, scivolano in po’ intorno languide al solo esclusivo scopo dichiarato di accarezzare guance e capelli.

dicevo, succede poi che nelle parole ci si infila la vita e tutto il resto che ho elencato, e le cose si sfumano complicandosi. ho perso tempo, occhei definitivo, ma mica come ho perso il treno, allora, che il treno anche se lo perdi poi ripassa, il tempo invece no. ho smarrito la mia strada, va bene, indefinito, ci si augura momentaneo, però se è perché ti droghi che invece prima no, danni indelebili finisci che ne hai fatti, mentre se hai preso la statale invece che la A14 per andare a Riccione, la prima ancora lì la ritroverai, ma non è che torni indietro per poi ripercorrerla allo scopo di non perderla definitivamente. ho perso il senno. sì, figurati, già il fatto che tu lo dica significa che lo hai già ritrovato, andiamo! ho perso il sonno: smarrito, anche quello, se no si muore, senza dormire, e poi c’è la chimica, che volendo aiuta, o la tranquillità da svegli, che non la si trova molto facilmente in vendita, ma tant’è, anche questa è un’altra storia.

ho perso un Amico – l’unica parola senza la A iniziale privativa, anzi – definitivo. anche se sta da qualche altra parte, anche se veglia ancora su di me, forse più di prima. questo sì, è davvero perdere. in queste ultime settimane, che siamo in estate, fa un caldo birichino, la gente è vacante in tutti i sensi e credo sia anche un bene, anche se a volte è un po’ pericoloso, se la gente non ha la patente adatta a condurre i propri pensieri nudi, ho perso e smarrito e ragionato su entrambi gli stati. in ordine davvero molto sparso e sperso, come mio costume. (non quelli della Vanda, eh, ma anche quella è un’altra storia.)

dicevo, in ordine sperso. ho perso buone occasioni per tacere, quello mi capita spesso e me ne accorgo sempre nel momento in cui sento le parole che mi escono calde e sinuose dalle corde vocali, ondeggiano nell’aria e arrivano alle mie stesse orecchie con l’assoluta incredulità di chi ha coscienza che non avrebbe dovuto dirle. oppure me ne accorgo semplicemente perché ho davanti Fil che mi detesta quando lo faccio, mi becca sempre e cerca disperatamente di proteggermi dalla conseguenza che sta baldanzosamente ed inesorabilmente per asfaltarmi.

ho perso invece la possibilità di smontare, mandandola a quel paese, l’arrogante aggressione di una Persona Cattiva, ma l’ho poi fatto in seguito, quando mi è passata la primissima, pur lancinante, fitta di dolore da inaspettata violenza subita. più che perdere qui direi che ho vinto, almeno la consapevolezza di dover schivare un essere umano così poco affine.

ho smarrito i miei pensieri, che hanno, in diversi momenti, seguito strade che avevo loro ordinato di non prendere in nessun caso, e invece. quelli lì se ne sono andati per la loro, son chissà dove che dove in realtà io lo so, per cui, più che smarriti mi sembran persi, mentre né smarrita né persa, comunque, mi sento io.

ho smarrito lo scrivere, che sto in effetti ritrovando; mi sembra proprio di aver perso il cantare, che non mi viene mica più nemmeno alcoolico. mi sono invece persa in un mio film, che tu mi vedi e dici smarrita, ma io lo so, che dalle mie sceneggiature molto private, non si esce mai da prigionieri.

ho perso un paio di lunedì, e persino di martedì, e meno male: ne sono uscite settimane con l’aria molto più da giovani però senza truccarsi, eran carine da matti. ho perso tono muscolare, ma non ho perso peso. quello, mi auguro di smarrirlo presto, inesorabilmente, però.

ho perso le mie primissime hawaianas nere, quelle con il cordino anche dietro, tipo sandaletto, numero trentanove che mi tocca prendere un numero in più causa spiattellamento piedino. ho detto smarrito per due settimane, mentre qui dichiaro, ufficialmente, la di loro perdita definitiva. ancora nell’elenco smarrimenti, la parigina di seta color crema della perla, il vestitino blu copricostume della Vanda.

staremo a vedere: l’aria si è già un po’ rinfrescata, agosto è un mese malmostoso che troppo somiglia alla domenica, per i miei, gusti, ma la vacanza non è certo ancora finita.

ho perso un’inibizione, non mi serviva più e mi sento liberata; ho perso una piccola ossessione, di questo son contenta e me ne sto già cercando una nuova, che le piccole ossessioni a me mi piacciono come gli ornamenti sull’albero di natale (che senza sarebbe solo un albero, no?!).

ho smarrito una trama, che però ce l’ho ancora in testa e, contando sul sovraffollamento, so che prima o poi mi torna fuori. quello che so del perdere e dello smarrire, è di certo che amo di più il secondo del primo, così sulla fiducia, e anche perché non mi allontano volentieri dalle cose, dalle persone, dalle situazioni.  e poi perché perdere – diciamolo! – sa davvero di fallimento, anche quando è per un buon motivo, mentre smarrire sa di speranza e la speranza, come diceva Uno, è sempre molto più antica e molto più moderna della disperazione.

c’è una cosa, della quale sono invece intimamente e graniticamente certa, ossia che la vera follia, il vero peccato, anzi il vero auto peccato, sia perdersi uno smarrimento. c’è molta vita anche quando ce n’è poca; poco va buttato via e poco dovrebbe andare perduto, potendo. lo smarrimento da sé, quell’afflato che per un attimo lunghissimo ti sospende – vacanza o non vacanza che sia – e che ti fa confondere su quale parte del tuo corpo vada poggiata a terra per tenerti in piedi, è davvero una delle cose per cui vale la pena ridere. o, comunque, sentire.

ps:

nulla – o quasi – mi fa tornare in me come camminare, veloce e solo un po’ affannata, quasi famelica, con la mia solitudine sulle quattro stagioni di vivaldi in direzione porto verde, che da qui sembra l’america, o anche la polinesia, dipende da quando e quanto mi ci perdo, in quella me da cui magari mi ero solo smarrita. nulla – o quasi – sul dosso, mi spalanca braccia e sorrisi al sole come adesso e qui, irrorata di vìolini, la faccia da matta appagata, come l’araba pernice, come chi non ha vinto ma è arrivato; ferito grave ma non morto. nulla – o quasi- che mi devo fermare al volo per scriverlo, perché tracima. e anche questo, non succedeva da un po’. poi riordino, e adesso lo dico qui.

 

 

 

 

uno di quei giorni – un lunedì per caso.

se ne parlava stamattina con una delle miei migliori amiche immaginarie di facebook, che tutto di solito comincia di lunedì ed è così bello pensare che si cambia pagina, che si passa dalla tragedia all’opportunità, dal disconforto allo star super meglio, insomma dall’ ieri all’adesso in poi. le cose che cominciano. belle preziose e emozionanti, le cose che cominciano. e io dico – che non li amo io lunedì, mai amati – insomma io dico, che ogni giorno è il lunedì metaforico di quel particolare momento della tua vita. io sono una da venerdì, ce l’ho scritto in faccia il mio leggero e beffardo sorriso da venerdì; c’ho l’aria un po’ concentrata, ma un po’ già anche svagata di tantissimi venerdì; sono mezza elegante e mezza cialtrona come le diciotto e trenta, di un venerdì qualsiasi. insomma: io – che sono un venerdì fatto e finito – onoro oggi e qui e adesso e rullo anche i tamburi se volete, col mio cominciare: con un lunedì che dovrebbe essere per scelta, mentre invece è solo ed assolutamente … un lunedì per caso.

riccione agosto 2017
riccione agosto 2017

 

 

buona fine? è un buon princìpio!

Ecco, è durato poi fino a sabato sera incluso, quest’anno, quando ho completato la serata zingara con LaFlà. Più zingara che mail alla fine, magica e giocosa e frizzantina e con moltissssssimo da ridere. Ridere fino alle cinque del mattino, periodico, poi.  un po’ di malizia, anche. La mia del compleanno, è una vera gioiosa mania, lo so bene che chi vi partecipa, lo fa solo per farmi capire che tiene a me.
Eh, appunto, il compleanno.
di ciliegie già vi ho detto – e in fondo è tutto lì, in quel piccolo viaggio con me, che è andato bene così – però ancora non ho espresso quanto tutta questa gragnuola di auguri con ogni mezzo tecnologico possibile, attenzioni mostrate e presenze fisiche, mi abbia colorato la giornata ed il il sorriso.
E allora GRAZIE, a tutti coloro che mi hanno pensata; a chi ha scritto una parola qui ed un messaggio là; a chi si è affannato a venirmi a prendere in aeroporto per essere il primo a dirmi auguri, che io ci tengo tanto; alla cenetta al mio jappo preferito, con la birra media; a chi si è ricordato solo perché se lo era scritto e ha schivato gli ometti, perché se no sai la zagnata che gli avrei tirato; a chi mi ha prenotato regali da mesi per dimostrarmi che ci pensa; a chi mi ha lasciato cambiare umore da un’ora all’altra, solo perché, si sa, che quel giorno lì a un certo punto mi prende il cupore; a mia mamma che dall’inizio del mio sempre condivide il suo compleanno con me e lascia che io dica che è solo mio; a chi mi ha lasciato un fiore confezionato a mano e un bigliettino nella frutta, per dimostrare il bene che mi vuole; a chi ho detto ti richiamo subito, e poi ho richiamato il giorno dopo; a quello nuovo nuovo che si è vestito come avrei voluto io, e mi ha sorriso dal FaceTime, allungando le bracciotte; a quei due che una ne fanno e cento ne pensano e ci beccano sempre, anche da lontano;

alle mie gemelle diverse, Meuge e Magio, diverse, ma poi mica tanto, auguri mie care, auguri a noi: che possiamo rimanere sempre così, forti e fragili, graniticamente confuse e solide come la vita quando c’è; a

 

( qui credo di avere ringraziato tutti, ricordo ogni singola parola, ho sorriso ad ogni singola intenzione)

 

 

tanti auguri. a me.

Bruno vende le ciliegie a Otranto, che ci ho messo mezz’ora a capire che si chiama Bruno (..uno!; di ciliegie, sì, me ne dia uno. un chilo, sì; no me ..amo ..uno!; sì sì, uno va bene!; no volevo dire che mi chiamo Buno; ah Buno, ma è un nome di qui?; ah signò che nun ce senti?; sì sì, scusi, posso fare una foto?; annuisce compiaciuto, mentre nel contempo scuote la testa, che come farà poi, che sono gesti contrapposti, …ecc ecc). Dicevo: Bruno sta davanti alla sua distesa lussuriosa di ciliegie ad Otranto. Me ne dà un chilo, le mette con le manone consumate in un sacchettone bianco dopo averle prima sgranate sulla bilancia e mi dice che le devo mangiare così, senza lavarle, ché le sue ciliegie sono così buone che se poi ti fanno male non fa niente, perché tanto è stato il gusto di assaporarle, che poi il male nemmeno lo senti tanto, comunque non lo ricordi e continuerai a mangiarne lo stesso. Non lo dice con queste parole, ma io capisco, e dopo passeggio davanti a quel mare azzurro cielo (o forse è il contrario) e con quel vento che scompiglia i capelli che mi ballano in testa, gli occhi curiosi che girano così tanto per non perdermi nemmeno una delle sensazioni di deliziosa sorpresa eccitata che mi hanno accompagnato per le ultime ventiquattr’ore. Mi infilo nei viottoli accoglienti, avventurosa e giovane e sola, dove sola in quel momento è la cosa più meravigliosa che mi potesse capitare e sono me all’ennesima potenza, e saluto gente che non conosco che mi sorride, la mano quasi senza accorgermene nel sacchettone e il gusto pieno della ciliegia rosso e succoso, che è proprio vero che una tira l’altra. E ad Otranto di più. Così, dopo dopo, seduta in un altro mondo e con vestiti diversi, ché sto tornando dove abita la mia vita normale, arraffo pensosa ancora una ciliegia via l’altra e capisco davvero. Che è proprio come ha detto Bruno, solo che non stava parlando delle sue ciliegie. Che nella mia vita che fra pochi minuti avrà girato l’ennesima boa, per dirla alla marinara, anche io ho sempre affondato i denti nelle ciliegie gonfie e succose di attesa senza averle lavate. E ne ho addentate di dolci e confortevoli e deliziosamente appaganti, godendone la lunga o breve digestione che sia, in pieno agio, ma ne ho anche ingoiate qualcuna – diverse – che proprio pulite non erano, ma dolci e piacevoli al morso, per poi portarmi diretta nel mondo del mal di pancia più nauseabondo, che comunque – anche quello, come tutto – passa. E non ho mai smesso di affondare – a ritmi variabili – la mano nel sacchettone bianco, candido, perché il gusto sublime della ciliegia che ancora deve arrivare, è sempre valso la penna del rischio di un momentaneo e passeggero disgusto. E’ il mio compleanno e io mi auguro – auguro alla me stessa che so di tanto amare, anche quando credo di non farlo – di avere sempre a portata di mano il sacchettone magico delle meraviglie ancora a venire, e di non avere mai – no, proprio mai – paura di affondarci dentro la mano per assaporare il gusto che verrà, anche a rischio di qualche mal di pancia. Ché i mal di pancia ormai lo so, che passano, ma parimenti so, con tutto il mio essere – di dentro e di fuori, fortemente lo so – che anche quelli servono, a portarti alle delizie che devono ancora arrivare, a riempirmi stomaco e vita. Me lo auguro, sì, come si fanno gli auguri di compleanno, ma potrei anche non farlo, perché a trentanove anni suonati e periodici – come tutte le vere ex modelle avranno per tutta la vita – ormai lo so, che non smetterò mai e poi mai, di avere la granitica certezza, che il meglio per me, deve ancora arrivare. Tanti auguri a me – sì – e anche a Bruno – dovunque lui sia ora – che vende a stralunate, eccitate e chiacchierone passanti coi calzoncini rossi e la maglietta a righe, ciliegie, saggezza, e soprattutto speranza. Un tanto al chilo.