e poi arrivano i violini.

e poi arrivano i violini.

tu dici finalmente, ma dici anche maledetti. finalmente lo dici eccitata,
preoccupata, mentre maledetti lo pensi mentre sorridi, vittima e carnefice di te stessa.
arrivano, i violini, quando li accendi, ma in fondo quando gli pare. perché i violini hanno le chiavi, anzi hanno LA chiave e non si fanno certo scrupolo ad usarla. e loro arrivano e io li lascio andare, perché li conosco e ci conosciamo, forse ne avevo bisogno, di sicuro ne avevo bisogno.

ne avevano bisogno le mie emozioni, chiuse come dietro un portone di legno delle stalle americane, quelle belle, di legno grigio con il tetto rosso, ammassate per pura sopravvivenza, per salvaguardarmi quando non so nuotare, e forse ho timore che ci affogherei dentro, a quel fiume lì che preme per uscire. lascio tracimare fuori tutto quel che sento, porto i pensieri a sgambare nella realtà cattiva – che è cattività non crudeltà – e li vedo scappare tutto intorno come cani famelici e furiosi. forse lupi. così rabbiosi, possenti e pericolosi, qualcuno anche solo per sopraffacente dolcezza.

si può essere più soli di così, certo che si può essere più soli di così, anche molto. ma forse non si può essere più disarmati, di così, da soli. la clausura pesa, soprattutto a chi non ama di suo stare da solo. ma anche a chi ci sa stare, come me, chè il mio problema più che la solitudine è il silenzio.

farlo, il silenzio, che impongo a tutte le voci che mi abitano dentro, che grazie ai maledetti violini si sono messe a cantare, gridare, sussurrare, blandire, insultare, tutte in una volta. mi piace dar la colpa ai gemelli, toh; mi piace pensare alla bizzarria
astrale, più che al fatto di avere una disordinata e troppo slabbrata coscienza che mi convive e mi sopravvive.
cosi finalmente sono arrivati i maledetti violini, e lo so che sono stata io a lasciarli arrivare, perché era tempo, perché non bastava più il mio schedulato rigore, a farmi reggere il passo, quindi mi tocca, ora, anche chiedermi il perché. perché questo momento è eccezionale e fa paura, come quando hai paura del buio e vedi i mostri di notte, quella paura cieca e ottusa lì.

solo che i mostri e il buio in fondo non esistono, invece questo pericolo qui esiste
eccome.
e hai voglia a sistemar maglioni, igienizzare bagni ed ascoltare esperti. così sono costretta a stare qui a censire i miei affetti, i miei asset e le mie resilienze, ammesso che ne abbia davvero e non sia solo codardia, la mia, quando la resilienza brandisco come una bandiera.
sono abituata a pensare che ogni minaccia sia anche una opportunità, ma come
cavolo me la ritrovo, adesso l’opportunità? ho l’opportunità di sapere chi davvero mi vuole, e mi vuole bene, ossia nel modo giusto. nella ridda delle voci che popolano la mia vita sparpagliata nel mondo, quelle che mi hanno raggiunto in questi giorni, sono le mie persone.

la pandemia. chi avrebbe immaginato mai che avrei vissuto una cosa così. eppure, una cosa la so, eh, ossia che le TUE persone, si interessano di te e ti fanno sentire che ci sono; il loro pensiero ti raggiunge da qualsiasi parte del vostro tempo insieme o di questo globo impazzito da una febbre che fa terrore, in qualsiasi lingua e con qualsiasi mezzo.
gli altri, quelli che mancano, sono solo, appunto, gli altri.
per contro, so anche che noi siamo le persone, oppure gli altri, di qualcun altro, e ci comportiamo di conseguenza. questo, appunto, è censire gli affetti, e ti viene da farlo, ti scappa, e anche un po’ devi, perché quando mai ti ricapita di avere un misuratore così esatto?
sono giorni in cui mi sono impegnata scandire la mia giornata di dignità, qualcuna anche ritrovata, sforzandomi di mettere al centro me. e perché diavolo non l’ho fatto sempre? perché mi è così difficile, seppure piacevolissimo? e allora scandisco i miei movimenti di attenzione al mio corpo internesterno, mi beo di niente e mi concedo un rigore un po’ meno rigoroso di quello che m’infliggerei per punirmi di un presunto lassismo o colpa, o solo di essere viva e potente (cioè che posso).

le ore si infilano l’una via l’altra come perle in una collana da buttare, ma finalmente sono arrivati i violini, già l’ho detto. quindi, il silenzio è adesso musicale, non più di parole estranee dalla tv o di tante voci, ancorché amate, via qualche wireless. spento il televisore e silenziati i social per overdose autoindotta, è rimasta davvero solo la musica, con i violini, sì, che mi muovono le dita a scrivere.

mi muovo con timidezza quasi temessi un rifiuto da me stessa. muovere il corpo anestetizza le paure, annulla i pensieri più scuri e riporta un po’ di adrenalinica stupidità in circolo. fa sorridere, insomma, ed i sorrisi li capitalizzo per benino, in questi giorni. metto la faccia al sole, se posso e oggi posso, perché non ci sarà domani e
perché il sole è adesso.

poi la sera, vado a letto col nemico. che ha striature un po’ grigie in mezzo al castano morbido e ribelle di riccioli elastici e morbidi. che cancella ogni possibile distrazione e si fa guardare negli occhi finché uno dei due non li abbassa, e sono sempre io a farlo per prima. che mi chiede conto di bilancio, quando sa che di conto non so fare e di bilanci non ne so nemmeno leggere.
al nemico ho dovuto chiedere un po’ di pietà, l’ho fatto volentieri, perché quando non puoi più scappare, il nemico non deve voler stravincere. quindi se son costretta a guardare in faccia la mia caducità, le mie incertezze di vita a dispetto dell’età, i miei conti che non tornano mai ed il luogo dove mi trovo nello spazio e nel tempo che non è quello che avrei voluto né nell’una né nell’altra accezione … dicevo se son costretta a guardarmi nuda e nemmeno abbronzata coi chili superfluidi e i segni sulla faccia e sull’anima e tutto, beh, sarà meglio che il nemico abbia braccia grandi e forti e mi ci accolga ad addormentarmi dentro.

nulla sarà più come prima, ed è sottilmente piacevole e dolorosamente positivo saperlo: il mondo cambia ed io con lui, ci metto dentro i violini e l’amore e la mia onestà di trasmutazione. usciremo da questo isolamento di muti e di muri, i violini ed io, e anche se non imparerò a fare i conti, conterò molto su me stessa, perché ora so,
senza piaggeria alcuna, che è davvero tutto quello che ho.
ciò da cui tutto parte, e tutto arriva.

8 risposte a “e poi arrivano i violini.”

  1. Grandissima La Katia, spesso nei miei pensieri e, quando ti leggo, ancora di più. Con i tuoi racconti regali sensazioni, e per quei pochi minuti, me le prendo e me le gusto, me le coccolo e me le godo. Spero di riabbracciarti prima o poi e nel frattempo, cara amica con l’articolo, lo faccio virtualmente sicura del fatto che ti arrivi. Serry

    1. Serry grazie veh … vedo che te e i Cinni state bene. Torneranno gli abbracci veri, ma i nostri arrivano sempre anche coi pensieri. ❤️

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