con dividere è in realtà moltiplicare

la costruzione dei ricordi, che sono patrimonio di molti, mai solo nostri, é un talento da esercitare con la stessa maestria e passione con cui si prova a vivere. mentre siamo felici, mentre siamo disperati, urtati o spensierati, mentre prendiamo distrattamente la mano di nostra mamma un martedì qualsiasi dell’anno, mentre asciughiamo un po’ infastiditi il naso che cola di un nipote di pochi anni, mentre aggiustiamo la giacca lievemente storta di un figlio, mentre diciamo a nostra figlia che è disordinata e lei si risente, mentre pronunciamo un addio senza parlare, mentre pensiamo ti voglio bene guardando qualcuno e non glielo diciamo … beh, proprio e anche in quei momenti creiamo ricordi, che costituiscono la base di ciò che siamo noi e di ciò che sono loro. io sono immensamente ricca, di ricordi, mi sento privilegiata portatrice sana di memoria della mia vita, ma anche e soprattutto delle persone importanti che ci sono passate dentro e che mi hanno lasciato i loro, di ricordi, costruiti con o anche senza di me. con dividere, soprattutto i ricordi, é più moltiplicare, piuttosto che ridurre.

making a sense (out of it)

simply, this is forever and more. la mia famiglia, la mia vita; ciò su cui baso progetti ed intenzioni; coloro ai quali tengo e tendo la mano anche senza muovermi o senza parlare, da vicino e da lontano. quello a cui penso nella gioia e nella disperazione, quello che mi aiuta sempre a salvare me stessa, nei sogni o nei guai. quella che ho imparato essere una, unita e saldata, anche nei luoghi e nei tempi divisi. una sola inossidabile indivisibile vita, quando si è liberi e coscienti e certi, di viverne e lasciarne vivere tre separate. ‘fanculo il resto, ragazzi, io ho questo.

simply, this makes sense. ❤️

love is the answer

mai come ora sono certa, perché lo vivo per una volta ancora – nella mia ormai non più giovane vita, ancorché sempre così fremente ed assetata di verità, sogni, magie e solida consistenza – che la sola risposta possibile sia l’amore. poi, altrettanto bene mi è cristallinamente chiaro, che c’è chi la risposta semplicemente non la sa, e non perché non ha capito la domanda, ma proprio solo e semplicemente perché, la risposta non ce l’ha. ecco.

la vita, é anche il 25 maggio perenne

la vita è quello che è. un viaggio in cui la vera bellezza sta nel viaggio stesso, o nelle tappe intermedie, più che nella partenza o nell’arrivo. anche io, viaggiatrice, sono quella che sono, così come lo siamo in molti: non scafata q.b. per affrontare il tragitto con occhi sempre onestamente spalancati sul presente e sulle meraviglie di quello che è, che è stato e che sarà. senza dimenticare l’intelligenza q.b. ( non necessariamente un dono) di vedere le fotografie nella loro intierezza, scegliendo sempre di conservarne esclusivamente la parte più poeticamente a fuoco. al nostro fuoco, intendo. senza dimenticare nemmeno di avere un cuore aperto e palpitante parecchio di più di q.b., e avere imparato – ormai – che può fare malissimo oltre che benissimo, ma questo sì, che sarà sempre un dono. ecco: tutto questo per dire, sfrugugliando in quel cuore di cui dicevo sopra, che per me oggi sarà sempre e solo il compleanno di mio papà. non a caso gemelli. non so se è mai successo davvero, ma nella vita io ho tanto voluto che ci fosse un momento in cui saperlo davvero orgoglioso di me. di certo, l’ho amato per il mio meglio. for my very best. auguri a noi, mi rimane questo vizio che condivido con lui: io non dimentico, mai.

dice John Lennon che everything will be ok, in the end, anche perché if it’s not ok, it’s not the end.

about le uova sode smarrite, ché la casa nasconde, non ruba. e comunque ‘Sant’Antonio della barba bianca fammi trovare quello che mi manca’, da Siviglia con furore, funziona sempre un po’. le ho trovate nel cestino delle uova in attesa di destino, quelle nuove, per intenderci. ho immaginato avessero visto la casa de papel, la prima stagione, quella dove i rapinatori, per uscire dalla zecca di stato, si vestono come gli ostaggi (ovvero vice versa, nel caso della serie) per andarsene indisturbati dal luogo del crimine, confusi con gli innocenti. le ho trovate nel corso di una crostata alle fragole – la parte della frolla dove mi servivano cinque rossi, come mi indicava Iginio – durante la quale sono state costrette a svelarsi. non ho voluto indagare oltre, attribuire responsabilità, un po’ assaporando l’abbandono. in fondo il pensiero delle loro magiche e rocambolesche avventure, mi ha accompagnata per qualche giorno. e perdere un pensiero, stupido che sia, é sempre un po’ lasciare, inevitabilmente, spazio a quello nuovo. dolceamaro, non come la crostata, che é venuta invece benissimo.
(come nota a corredo dei diversi commenti sulla vicenda, ‘Sant’Antonio dalla barba nera, fammi trovare quello che prima non c’era’ ci sta da Dio: il perché lo so poi io, rima non voluta.)

tutta chiacchiere e d’istintivo

così, più per me che per chi legge, riflessioni di stamattina, direi in ordine molto, molto sparso …

  • obiettivo, in tutte le accezioni, va con una B sola, a parte quando si tratti dell’obbiettivo della macchina fotografica o della telecamera;
  • apposto, con due P e tutt’attaccato, é il participio passato del verbo apporre: tutto a posto, si scrive staccato e con una P sola;
  • affianco, più o meno la stessa cosa di cui sopra: scritto così é il presente indicativo del verbo affiancare, mentre se sto a fianco di qualcuno, ci sto staccato e con una F sola;
  • sono preoccupata per diverse cose che sto rimandando proprio perché ne sono preoccupata, e questo mio procrastinare mi preoccupa;
  • é il giorno delle pulizie a fondo, o forse potrei scrivere ‘é il giorno delle pulizie, affondo’ e in questo caso avrei comunque un senso compiuto;
  • geniale, é un aggettivo interessante che sta benone applicato a Marie Curie o a Leonardo Da Vinci, per fare un esempio banale: difficilmente può essere definito tale chi fa una battuta sagace su un social network ( altro esempio banale);
  • avere cura dei propri affetti é una delle più elevate forme di umanità che si possa coltivare;
  • la vera parità di genere é quando a una donna stronza, puoi dare liberamente della stronza anche se è una donna, così come si fa tranquillamente per un uomo;
  • ho perso due uova sode: sul serio, non le trovo più da due giorni e sto cominciando a preoccuparmene;
  • fatichissima, oggi, a non commentare interventi politici passati ieri sera in televisione, ma tengo duro e rimango sulla mia posizione;
  • sono le otto e mezza e ho già cancellato due persone dai contatti di facebook ( persone che conosco nella realtà, ma che qui mi fanno innervosire per quel che scrivono che é tutto meno che edificante, per stare dalla parte degli eufemismi);
  • io, delle peonie, non ne ho mai abbastanza: mi danno gioia, mi aprono sorrisi dolci e un po’ sornioni;
  • la primavera – persino questa, ostica e stranita – rimane per me un momento magico di cui godere con ogni mia fibra;
  • farò l’ennesimo colore casalingo, oggi, ho appena deciso;
  • potete tranquillamente non commentare, se avete parole sgradevoli da dedicare a questo mio scombinato post: passare oltre quando non si ha niente di gentile o interessante da dire, dovrebbe diventare una nuova buona abitudine, per chi già non ce l’abbia parte del proprio hardware.

wake me up when september ends … e comunque before you go-go.

settembre è uno di quei tardo giovani di oggi, gli dai quarant’anni ben portati quando ne ha quarantasette e sai che fra un paio di mesi andrà per i settanta, ben portati anche quelli, ma un po’ più stanchi. meno energici. ancora ribaldo eh, ci mancherebbe, ancora un po’ cretino, fanfarone e capace di follie, ma la sua pelle abbronzata ed i suoi occhi schiariti dal sole adesso lui lo sa, che nascondono un segreto. settembre è il bambino da otto mesi nella pancia della sua mamma, il dito sul campanello quando è già appoggiato ma non ha ancora schiacciato un suono irreparabile e definitivo, il martedì di una settimana che ieri sembrava eterna e domani sembrerà in procinto di terminare sul suo sabato, come i tre botti finali di uno spettacolo di fuochi di artificio. settembre è sia l’inizio sia la fine, solo entrambi abilmente truccati da non definitivi.

settembre è sergioendrigo e io che amo solo te, un sorriso che potrebbe virare verso una lacrima o viceversa, la malinconia quando fa sorridere e la voglia di innamorarti quando sai che innamorato non lo sei, ma potresti esserlo – o esserlo stato – e forse lo sarai. settembre é il desiderio di perdersi, ritrovandosi negli occhi di qualcuno che non sia lo specchio.

settembre è la sensazione che tutto quello che è stato possa essere cambiato, forse, o tutto quello che hai pensato di poter fare e non l’avevi fatto, beh, adesso sì, che potresti e puoi. settembre sarà mica quello che pensiamo possa sembrare la speranza?

settembre sono i capelli della bambina che toccano la cartella, ci ballano sopra a sfioro perché lei saltella, più che camminare verso ciò che non conosce.  settembre sono le foglie che non muoiono più come un tempo, ma sono ancora più variamente colorate di quelle delle cartoline appese nelle classi; sono le coppie meno probabili che si tengono per mano, quelle che inevitabilmente comprendono un segreto, piccolo o grande che sia. settembre é la possibilità, che un po’ devi mollare qualcosina, per averla.

settembre è il giorno dopo il tuo compleanno anche se compi gli anni in giugno, é il sette gennaio di un anno nuovo su cui non conti poi granché, ma che rimane comunque un anno tutto da scrivere ancora, per cui c’ha dentro, endemica, la speranza. quando ti guardi negli occhi dopo una prima gragnuola di baci, quell’attimo prima di sorridere e poi parlare, quello è settembre.

settembre è un sanluca di sera, quando davvero sta facendo buio alle otto e gran parte dei pensieri che camminano veloci insieme alle tue gambe scattanti sono ancora accaldati, mentre qualcuno di loro ha già le maniche lunghe per giocare di anticipo. settembre è la corsa in motorino che sembra finire – che va a sfinire – così giri più parossistica la manopola del gas, sperando di arrivare a consumarla tutta, la maledetta benedetta benzina nel serbatoio!

settembre è uno che è tornato quando lo sapevi, che sarebbe tornato, per cui l’assenza non hai fatto in tempo a godertela come si deve, né hai maturato di concedergli la massima onorificenza possibile, quella del rimpianto.

e poi, settembre arriva che prima c’avevi dell’altro da fare, piuttosto che pensare a lui che tornava, figuriamoci aspettarlo.

la casa de papel, e di come mi si è rinnovata la dipendenza da serie televisive

ebbene sì, mi è tornata. mi chiamo kate, e sono seriedipendente. rigorosamente in lingua originale coi sottotitoli in originale per le lingue che conosco, o in italiano per quelle di cui invece non ho sufficiente padronanza. lo sono fin da will & grace, che rubacchiavo in streaming – e che lo streaming mi hanno fatto scoprire – in epoca recondita. ma forse a ben pensarci già lo ero da ragazzina, quando addirittura registravo su cassetta le puntate di happy days, col vecchio fonzie che non riusciva a pronunciare la parola scusa, per riascoltarmele senza immagini in settimana, in attesa della puntata nuova. sono cresciuta, crescendo i due figli quasi adolescenti, con beverly hills 90210; mi sono confrontata ed interrogata sulle relazioni amorose su sex and the city nei miei fortysomething; ho ritrovato in copia carbone il mio rapporto con lafra in quello altrettanto meraviglioso delle gilmore girls; ho dipanato la mia relazione col colonnello vivendola oltreoceano sulle battute dei soprano’s, che hanno arricchito le mie già importanti conoscenze di parolacce in inglese; a loro ho iniziato l’ arido quinquennale – col quale ne ho condiviso alcune pietre miliari – per poi lasciarlo con una dipendenza tutta sua. ma più che mai ci ho riempito personali piacevolissime solitarietà – che sono molto diverse dalle solitudini, di cui graziaddìo non sono mai stata vittima – insieme ad una pletora di amici paraimmaginari – e di titoli che sono troppi per citarli tutti – che non mi lasceranno mai più. mi piacciono quelle che finiscono; mi piace tuffarmi nel loro mondo sempre meno inventato facendo binge watching di tutte le stagioni in una volta: maratone da cui emergo portando con me pezzi nuovi di me stessa che prima non avevo. ho vissuto esperienze che non avrei avuto mai nella realtà reale; parlato gerghi che non avrei incontrato mai da sola; mi son calata in storie paradossali che mi sarebbero costate la prigione o la reputazione, se mi avessero avvinta nella vita vera. ho avuto anche momenti di distacco, che capisco ora essere stati mancanti di quel piacevole, lieve e salvifico rintanarsi in mondi inventati, che rende più sopportabile e colorata la realtà del momento. ho persino creduto, lately, di averne perso il gusto. poi ho preso la residenza a downton abbey per una lunga e penosa degenza, lo scorso inverno, ed una volta uscitane ho cercato di rallegrarmi con the unbreakable kimmy schmidt, mi sono regalata lievita che non avevo in una modern family; ho mandato il cervello in vacanza con sheldon cooper ed il suo gruppo di svitati in the big bang theory, ho rivissuto incredibili, dolorose ed imperscrutabili drammatiche realtà reali, ricalcando episodi di law & order ed anche di oj. ho imparato a non temere di farmi passare sopra il gelo del tempo con frankie & grace; ho conosciuto intimamente la futura sposa d’inghilterra vestendo insieme a lei i suoi suit; ho simpatizzato con la grande elisabetta seconda, portando insieme a lei il privilegio e l’enorme fardello della sua crown; ho condiviso crimini e perdizioni con un selezionato gruppo di amici a gomorra. ma non mi ero più innamorata totalmente di un mondo parallelo fino a che non ho aperto le porte della casa de papel, il cui idioma prima ostico ora mi risuona chiaro e modulato nel cervello. ci sto passando gli ultimi due giorni, in questa casa di carta, e ritrovo un po’ di me in ognuno dei balordi della cricca del professore. talmente innamorata che ne temo il prossimo distacco. ma con una consapevolezza nuova: quella che la mia ultima addiction, mi aggiunge sfumature e non mi ha tolto anzi mi regalato, tempo. e soprattutto che – per dirla come avrebbe fatto nairobi – empieza el matriarcado, ed inesorabilmente, fieramente, io con lui. se mi cercate mi trovate lì, per ora, o in altri mondi simili, che di certo scoprirò a breve. ma mai in luoghi comuni, perché nel fantastico mondo delle serie televisive, di questi, non vi è mai traccia.